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Giulia Maria Crespi (fondatrice del FAI e pioniera dell'agricoltura biodinamica in Italia) e Rosa Maria Bertino (cofondatrice e autrice di Bio Bank) alle Cascine Orsine. (Foto: Bio Bank/Emanuele Mingozzi)

Stili di vita

Giulia Maria Crespi: come ho scoperto la biodinamica

Nel giorno della scomparsa, la sua testimonianza diretta e attualissima, scritta vent'anni fa per Tutto Bio 2001

Giulia Maria Crespi – Tutto Bio 2001 – 19 luglio 2020

Oggi a 97 anni  - e a soli due mesi dalla scomparsa del figlio Aldo Paravicini - ci lascia una donna straordinaria, che ha impresso una svolta alla cultura e all'agricoltura del nostro Paese.
Abbiamo avuto il piacere di conoscerla nella primavera del 1998, a Milano, in occasione di un convegno sulla biodinamica. Le abbiamo chiesto di scrivere la sua storia per l'annuario Tutto Bio 2001 (quella che state per leggere). Una storia esemplare, perché a partire da un grave problema, assolutamente personale, ha portato un impulso positivo non solo nella sua vita, ma nella vita di un'intera comunità, nella sua accezione più ampia. L'abbiamo incontrata di nuovo l'11 maggio 2003 alle Cascine Orsine, a Zelata di Bereguardo in provincia di Pavia, in occasione dell'iniziativa Porte Aperte promossa da Ecor.
La foto insieme è stata scattata proprio quel giorno. Un giorno indimenticabile tra le risaie dell'azienda pioniera della biodinamica in Italia e i paesaggi incontaminati del Parco del Ticino.
Schietta, schiva, illuminata, fedele al motto "chi ha avuto molto, deve dare molto", ci ha dato moltissimo. E di questo dobbiamo esserle grati. Sempre.
Rosa Maria Bertino

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Capita spesso che una malattia porti a grandi cambiamenti. Io ho cominciato ad accuparmi di agricoltura biodinamica a causa di un cancro che mi è venuto nel 1968. Dopo la radioterapia il mio medico antroposofo mi mandò alla Lukas Klinik, una piccola clinica a indirizzo steineriano vicino a Basilea, in Svizzera, dove si cura unicamente il cancro attraverso terapie alternative. Una delle terapie utilizzate è l'alimentazione. Lì imparai i criteri base di una sana alimentazione e per la prima volta sentii parlare di qualità dei cibi e di agricoltura biodinamica. A svelarmi questo nuovo mondo fu un biologo italiano che lavorava nell'istituto farmaceutico Hiscia, che mi consigliò alcuni libri. Li lessi con grande interesse e bastò poi una visita alla stazione sperimentale biodinamica del Goetheanum di Dornach per convincermi che quell'agricoltura poteva essere la giusta risposta alla degenerazione della terra.

Dall'amore per la campagna all'agricoltura biodinamica

Ho sempre amato tantissimo la campagna, ma mai prima di allora avevo pensato di coltivarla, perché lavoravo in tutt'altri settori: mi sembrò una follia, ma mi ci buttai. Da molti anni mi occupavo di Italia nostra ed ero quindi consapevole del continuo  degrado che avveniva al terreno, alle piante, agli alberi, alle falde acquifere, causato anche dall'agricoltura chimica. In più, da noi in campagna, alle Cascine Orsine dove io andavo sin da quando ero bambina, mi piaceva molto passeggiare la sera con mio marito, dopo cena, per sentire il grande concerto delle rane: ma questa gioia, verso la fine di maggio, veniva totalmente cancellata. Un silenzio sordo sostituiva l'allegro gracidare e noi sapevamo allora che quel giorno erano stati messi i diserbi nelle risaie e che le rane erano tutte morte. Quando venni a conoscenza dell'agricoltura biodinamica, uno dei moventi che mi spinse ad occuparmene fu il pensiero che forse  alle Cascine Orsine le rane avrebbero potuto continuare a cantare. Cominciai a studiare agraria, a imparare le tecniche biodinamiche. A quei tempi non c'erano corsi di biodinamica in Italia e così andai a frequentarne uno a Darmstadt, in Germania. Dodici giorni in pieno gennaio, un gelo polare: le lezioni si tenevano in un ostello della gioventù, dove si mangiava un orrido salame rosa. Pessimo cibo, ma straordinari conferenzieri, i quali si susseguivano un giorno dopo l'altro e ci portavano anche a visitare le aziende biodinamiche della zona. Mi entusiasmai dell'idea e vidi sul concreto che era possibile realizzarla.

Gli inizi della trasformazione aziendale

Per trasformare i campi della Zelata veniva a consigliarmi Almar von Wistinghausen, che era stato al famoso corso di agricoltura di Koberwitz, dove il maestro Rudolf Steiner aveva tenuto nel 1924 una serie di conferenze per gli agricoltori della Slesia. Questo anziano signore che aveva lavorato con Steiner arrivava due o tre volte l'anno a insegnarci tecniche e impostare colture, e quando diventò troppo vecchio lo sostituì il dottor Georg Merckens, agronomo biodinamico tedesco e, lentamente, imparammo a fare biodinamica da soli. Alle Cascine Orsine la biodinamica non fu una cosa facile: il terreno era pessimo, completamente asfittico, coltivato da centinaia di anni soltanto a risaie e a mais: non c'erano mai state rotazioni del terreno. La Zelata era una volta il greto del Ticino e, pur essendo in un posto bello, offre un terreno composto di sabbia e ciottoli, senza un millesimo di humus e un pH in certe zone della vallata attorno al 3,5. Una terra di palude - dicevano quelli della zona - dove al massimo si poteva sperare di crescere pioppi. In quella vallata noi ora piantamo frumento. La difficoltà era poi trovare delle persone che credessero a questo metodo. Il primo che mi seguì fu un francese, che faceva il guardaboschi: accettò di andare a studiare alcuni mesi in Germania in un'azienda biodinamica. Dopo di lui arrivarono altri, alcuni sono rimasti, altri se ne sono andati. Il nostro pH oggi è ragionevole perché è 6,50-7, il nostro humus è piuttosto scarso, ma in alcune zone è ottimo e abbiamo anche tantissimi lombrichi nel terreno.

La fondazione dell'Associazione Biodinamica

Quando ho cominciato a occuparmi di biodinamica di aziende in Italia ce n'erano poche - Salamita in Sicilia e a Torino esisteva una piccola associazione con Ivo Beni e Giuseppina Arozza. Con alcuni entusiasti fondammo l'associazione a Milano: io ero segretario generale.
Sono nati i primi corsi qui alla Zelata. Mi ricordo l'emozione... le conferenze si tenevano nella scuderia, si sentivano i nitriti dei cavalli e c'era un'enorme stufa a legna per scaldarsi. Non potevamo ospitare più di 30 corsisti e quando facemmo il primo corso dovemmo fare una selezione perché c'erano almeno 100 adesioni. Al secondo corso arrivarono Angelo Bertea, che si stava laureando in agraria, Gianni Catellani, Enzo Nastati. Si era arrivati a 1300 soci: c'erano i soldi per pagare la segreteria e Angelo Bertea che girava per tutte le aziende come consulente (lo pagavamo pochissimo!).

I prodotti delle Cascine Orsine

Agli inizi i prodotti della Zelata si vendevano con grande difficoltà. Ricorderò sempre la faccia del Gianfornaio, bravissimo panettiere di Milano, quando vide alla Zelata il campo di grano che, in effetti, non era venuto benissimo. Fece un pane buonissimo e ha continuato a comperare il nostro grano per anni. Il marchio Demeter ci consentiva di vendere all'estero, ma a noi interessava distribuire la nostra produzione in Italia. Si cominciarono a fare delle giornate aperte alle Cascine Orsine con visite all'azienda per i consumatori che potevano poi acquistare cereali e farine allo spaccio aziendale. I nostri cereali sono oggi molto apprezzati: non abbiamo mai fatto pubblicità e abbiamo basato la distribuzione sulla fiducia del cliente.
Dopo 30 anni di biodinamica la Zelata è completamente trasformata e riusciamo ad avere sempre nuove iniziative: da due anni vendiamo anche formaggio grana e vogliamo fare un caseificio, sono già iniziati i lavori, per la produzione di formaggi freschi. Coltiviamo patate, erbe officinali per tisane... abbiamo creato una rete di consumatori e di negozianti che hanno fiducia in noi. Chi fa biodinamica e ha il marchio Demeter  è controllato dall'associazione Demeter  che garantisce per il suo marchio. Ma la cosa più importante, lo ripeto, è la fiducia del consumatore verso il produttore e noi siamo riusciti a creare questo legame: l'azienda è sempre aperta e visitabile per chi viene a comprare, che può vedere di persona quello che noi facciamo. Noi cerchiamo di lavorare al meglio per garantire la maggior qualità ai nostri prodotti. A chi ci chiede come facciamo a dire che la biodinamica è il metodo agricolo alternativo migliore, rispondo che sapore, colore, profumo, consistenza e durabilità nella conservazione, sono tutti fattori che contribuiscono a rendere un prodotto particolare. Il sapore biodinamco è superiore e, soprattutto, chi mangia questi cibi sente dentro di sè una forza diversa. Anche adoperando una minore quantità di cibo al giorno le forze non diminuiscono bensì si accrescono, e una nuova irrompente vitalità si diffonde nell'organismo. Questi cibi biodinamici sono dunque preziosi per i malati di cancro, per rafforzare le loro forze difensive contro questo terribile male. Ma i prodotti biodinamici sono anche molto importanti per i bambini: io ho sette nipoti che si nutrono di questi cibi e che si ammalano molto raramente. Alcune ricerche condotte all'estero confermano che questi alimenti prevengono anche le allergie, così diffuse al giorno d'oggi, nonché molte altre malattie degenerative particolarmente accentuate in questa nuova era.

L'agricoltura biodinamica

L'agricoltura biodinamica è nata nel 1924 e le sue basi teoriche sono da ritrovare nel famoso corso sull’agricoltura che Rudolf Steiner tenne a Koberwitz (Slesia), a un gruppo di agricoltori e proprietari terrieri che gli chiedevano come intervenire sulla vitalità dei terreni. Il risultato fu una serie di otto conferenze, che oggi sono raccolte nel libro "Impulsi sientifico-spirituali per il progresso dell'agricoltura", ma che allora non vennero divulgate fino a che ricerche e prove sperimentali su campo non dimostrarono l'efficacia del metodo. Vennero fatte ricerche, ad esempio su semi, che dimostravano un effetto preciso di dosi infinitesimali di alcune sostanze medicinali sulle fasi di germinazione. Questi lavori sono stati recentemente comprovati su piano statistico da ricerche condotte all'Università di Bologna (1994). Il metodo biodinamico, infatti, oltre a recuperare pratiche tradizionali, quali il sovescio e la rotazione delle colture, si basa su una serie di "preparati" utilizzati in dosi omeopatiche, che funzionano come ricostituenti per il terreno e per le piante. Ne risulta un progressivo risanamento del terreno, con un aumento di humus stabile e una qualità superiore dei prodotti (ricerca Jarna 1958/1992 e ricerca D.O.C. 1978/1991).
I consigli di Steiner nascevano da una visione allargata degli avvenimenti della natura, dal tentativo cioè di agire all’interno di una visione olistica, come spiega questo brano tratto dalla IV conferenza: "Nel cercare un metodo scientifico-spirituale anche per l’agricoltura occorre vedere in grande sia la natura, sia l’azione dello spirito in seno ad essa, per arrivare ad una visione globale; invece la scienza orientata materialisticamente è venuta sempre più a limitare il suo sguardo a sfere ristrette, sempre più piccole”.
L’idea di Steiner dell’organismo aziendale visto come unità a ciclo chiuso, quindi con la massima autosufficienza possibile, è invece ben sintetizzato in questo passo della II Conferenza: "Un’azienda agricola si realizza nel miglior senso della parola se può venir concepita come una specie di individualità a sé stante, come fosse un organismo conchiuso in se stesso. Ciò significa che si deve avere la possibilità di trovare in seno all’azienda quanto è necessario per il suo funzionamento, compreso naturalmente il relativo bestiame. Quindi i concimi e le altre cose del genere che arrivano dall’esterno, in un’azienda dovrebbero essere considerati come un rimedio per un organismo ammalato”.
Della diffusione del metodo biodinamico in Italia si occupa l'Associazione per l'Agricoltura Biodinamica che ha sezioni in numerose regioni e conta un migliaio di associati.
L'Associazione Biodinamica pubblica un bollettino di informazione bimestrale, cura l'edizione di libri e organizza annualmente corsi, seminari residenziali e convegni.
Il controllo della qualità e della giusta applicazione del metodo è garantita dall'Associazione Demeter di Parma che rilascia l'omonimo marchio.